Slan Hunter Read online




  A.E. VAN VOGT & KEVIN J. ANDERSON

  SLAN HUNTER

  (Slan Hunter, 2007)

  INTRODUZIONE

  È meraviglioso sentirsi chiedere di raccontare la storia dell'evoluzione di Cacciatore di slan, o Slan II, com'era noto alla nostra famiglia da anni.

  Dalla sua pubblicazione originale nel 1940, Slan ha continuato a essere il romanzo più popolare di Van. Ci sono stati fan club, gruppi di discussione, innumerevoli articoli e dissertazioni, e perfino una comune, ispirati da Slan. Il romanzo è tutt'ora in commercio mezzo secolo dopo la sua prima pubblicazione.

  Van e altri discussero della possibilità di un seguito nel corso degli anni, ma nulla fu mai preso in considerazione seriamente finché mio figlio, Greg, cominciò a elaborare l'idea con suo padre verso la fine del 1988.

  Stimolato dal suo entusiasmo e dall'opinione che Slan e i suoi fan meritas-sero una conclusione della storia, Van disse a Greg di mettere insieme le proprie idee, e da lì sarebbero partiti. Entro la metà del 1989 venne completato un abbozzo di lavoro, e Van cominciò a scrivere il romanzo vero e proprio.

  Prima di allora, né Greg né io avevamo partecipato realmente alla creazione di una delle opere di Van. Pur sapendo, in una certa misura, come prendesse appunti di idee e dialoghi, non sapevamo però come poi mettes-se tutto quanto insieme. Di solito Van impiegava un anno per realizzare la stesura conclusiva di un romanzo, quindi gli lasciammo lo spazio necessario per creare.

  Mentre Van continuava ad aggiungere pagine di lavoro ai file di Slan II,

  sembrava che il progetto stesse procedendo a gonfie vele. All'inizio del 1990, però, una conversazione inattesa riguardante la scelta di finali per il romanzo destò in noi la preoccupazione che le cose non fossero come sembravano. Avevamo suggerito diverse conclusioni possibili nell'abbozzo, a seconda che Van e l'editore volessero realizzare un terzo romanzo della serie Slan e/o un prequel, cioè un libro basato sugli antefatti della vicenda. In quella conversazione Van sembrava però completamente ignaro della questione di cui avevamo già discusso molte volte, e ulteriori conver-sazioni rivelarono un quadro molto preoccupante. Il suo lavoro al nuovo romanzo procedeva, ma molto meno di quanto fossimo stati indotti a credere.

  Sapevamo da qualche anno che la memoria di Van stava diminuendo, ma i dottori che avevamo consultato avevano attribuito il problema a

  "semplice invecchiamento" e non avevano manifestato eccessiva preoccupazione. Quello che avevamo di fronte adesso, tuttavia, era molto più serio di un leggero attacco di senilità.

  Van era un uomo straordinariamente intelligente. Nessuno di noi si era reso conto dell'efficacia con cui aveva usato quella intelligenza per ma-scherare il controllo che l'Alzheimer stava cominciando a esercitare sulla sua mente. È molto doloroso ripensarci adesso, sapendo quanto Van dovesse essere spaventato, confuso, frustrato. Si sarà accorto che stava accadendo qualcosa di terribile alla capacità del suo cervello di ricordare e collegare in modo coerente i pensieri; per quanto potesse sforzarsi, Van non era in grado di arrestare tale processo. Poteva solo usare la sua intelligenza brillante e la sua genialità per celare quei mesi di disorientamento assoluto.

  Con la triste realtà ora messa a nudo, cominciammo sul serio a scoprire tutto quanto c'era da scoprire circa la sua malattia e cosa si potesse fare per contrastarla. All'epoca le informazioni sul morbo erano approssimative, e i medici in realtà sembravano riluttanti a pronunciarsi con una diagnosi precisa. Solo verso la fine del 1990 i medici smisero di definire la malattia di Van senilità o demenza, e riconobbero che era affetto dal morbo di Alzheimer.

  Quello che era iniziato come un nuovo progetto eccitante per Van e l'inizio di una nuova era di partecipazione famigliare, era adesso una tragica presa di coscienza di quello che sarebbe stato d'ora in poi l'interesse prima-rio della famiglia. Van tenne duro e lottò contro il male debilitante finché l'Alzheimer spense la sua vita e il suo ultimo pensiero brillante il 26 gen-naio del 2000.

  Come potete immaginare il completamento di questo romanzo significa moltissimo per me e la nostra famiglia. Non solo Cacciatore di slan completa l'ultimo grande progetto di Van, includendo le sue idee, i suoi perso-naggi e i suoi dialoghi; è anche una grande avventura divertente che ci ricorda l'inventiva e la lungimiranza di uno dei grandi maestri dell'epoca au-rea della fantascienza.

  Devo esprimere i miei più vivi e sinceri ringraziamenti a Kevin J. An-derson. Senza il suo interessamento, la sua dedizione e il suo enorme talento, il sogno di un seguito di Slan non si sarebbe mai avverato e questo libro oggi non sarebbe nelle vostre mani. Di rado a un autore è offerta la possibilità di rinascere agli occhi del pubblico. L'ispirazione e la determinazione di Kevin hanno offerto tale opportunità al mio amato marito A.E. van Vogt. Dal profondo del mio cuore e di quello di Van: " Grazie, Kevin".

  Durante tutta la vita, quasi ogni cosa studiata da A.E. van Vogt aveva a che fare con le persone: il loro modo di pensare, sentire, amare, o inseguire i loro sogni. Una rassegna delle sue opere, di narrativa o saggistica, ci mostra quanto fosse devoto all'idea di aiutarci a vedere noi stessi con maggior chiarezza, di aiutarci a trovare modi migliori di raggiungere i nostri scopi, di aiutarci a diventare migliori di quanto non fossimo già... di aiutarci, possiamo dire, a diventare come slan.

  In definitiva, credo, questo è ciò che la gente vedeva in lui e nel suo lavoro, e questo è il motivo per cui ancora oggi A.E. van Vogt ha tanti fan meravigliosi. La profusione di lettere e discussioni in internet da parte vostra dopo la sua morte è stata per me così travolgente che tuttora pensan-doci sono sopraffatta dall'emozione. Tante grazie a tutti quanti per i vostri cordiali e toccanti pensieri riguardo al mio meraviglioso marito, A.E. van Vogt.

  Lydia van Vogt

  1

  Il mondo stava già andando in pezzi quando le prime contrazioni la assalirono.

  «Tempismo perfetto...» Anthea Stewart serrò i denti per soffocare un sibilo di dolore, stringendo l'addome tondeggiante.

  Accanto a lei, guidando spericolato, suo marito Davis disse: «Non preoccuparti, Anth. Ti porterò là in tempo.» Curvò bruscamente a destra, e i larghi pneumatici dalle spalle bianche stridettero sull'asfalto. «Il tempo non manca. Non preoccuparti di nulla.» L'ospedale era poco più avanti. Davis accelerò.

  «Perché mi stai dicendo di non preoccuparmi? Perché stai facendo tu tutto il lavoro?»

  «Sto facendo il possibile.» Le scoccò un sorriso così colmo di amore che lei dimenticò la sofferenza. Poi Anthea afferrò la maniglia e si concentrò sugli spasmi, sulle contrazioni dei muscoli, sul bambino irrequieto dentro di lei.

  Provava una strana ansietà, una sensazione agrodolce. Presto l'infante sano che aveva portato in grembo per nove mesi sarebbe venuto al mondo.

  Non sarebbe più stato parte integrante di lei, e le loro vite sarebbero cambiate permanentemente. Ma Anthea attendeva l'evento con impazienza oltre che con trepidazione. Avrebbe smesso di essere una donna incinta e sarebbe diventata una madre; lei e Davis avrebbero smesso di essere una

  "coppia sposata" e sarebbero diventati una famiglia. Il pensiero le fece spuntare un sorriso sulle labbra. Quanti cambiamenti davanti a loro!

  La radio a modulazione di ampiezza andava a tutto volume disturbata da qualche scarica, mentre l'annunciatore dal tono teso parlava della crisi attuale. Davis aveva acceso la radio mentre guidava, sperando che suonasse-ro qualche musica distensiva per la moglie, ma le trasmissioni d'emergenza non erano confortanti... "L'attacco degli slan è imminente. Le immagini radar mostrano la possibilità di numerose navi nemiche in avvicinamento..."

  Anthea si asciugò il sudore dalla fronte e si girò a guardarlo. Davis era di un pallore allarmante, turbato dalle notizie cariche di tensione, oltre ad avere il nervosismo tipico di un futuro padre. Davis ruotò di nuovo la manopola, provando una stazione diversa.

>   "... l'arresto del presidente Kier Gray. Il mondo è rimasto scosso nell'apprendere che il suo leader era segretamente uno slan travestito. Il noto cacciatore di slan John Petty, capo della polizia segreta, ha assunto il controllo provvisorio del governo dopo avere effettuato di persona l'arresto. Parecchi membri del gabinetto del presidente, smascherati a loro volta come slan, sono stati uccisi nel corso dello scontro. L'arresto di Gray fa sorgere l'inquietante interrogativo di quanti altri mutanti telepatici potrebbero vivere tra noi, completamente inosservati."

  Davis spense di colpo la radio, disgustato. «Immagino che dovremo proprio metterci a canticchiare se vogliamo della musica.» Un'automobile che procedeva lenta, guidata da un vecchio curvo sul volante, sterzò per scan-sarsi mentre Davis la superava sfrecciando.

  «Com'è possibile che Kier Gray sia uno slan?» disse Anthea, cercando di distrarsi. «Pensavo che avessero tutti delle antenne dietro la testa. È impossibile che Gray sia riuscito a nascondere quello che era.»

  «Non sottovalutarli. Sono molto subdoli. Usano dei trucchi, protesi, tou-pet per coprire le antenne. È davvero un complotto,» Davis tenne lo sguardo fisso davanti a sé mentre guidava. «Vorrei proprio che li avessimo annientati tutti durante le Guerre Slan.»

  Anthea chiuse gli occhi, cercando di mantenere un tono disinvolto nonostante gli spasmi, ma fallì miseramente. «Non è... che non... ci abbiamo provato... ad annientarli...»

  Gli umani telepatici erano fisicamente superiori, dotati di grande forza e capacità di guarigione migliore; si consideravano una razza padrona. Molto tempo addietro gli slan mutanti avevano cercato di dominare e ridurre in schiavitù il resto dell'umanità. Ne erano derivati secoli di guerra, e gli umani coraggiosi avevano combattuto contro gli slan, li avevano sconfitti e costretto i pochi superstiti a nascondersi.

  Anche se i mezzi d'informazione continuavano a diffondere voci dell'esistenza di una vasta organizzazione clandestina slan e di numerose basi occulte, solo qualche individuo solitario era stato finora catturato. Sinistre navi slan di tanto in tanto sorvolavano le grandi città della Terra, a volte lanciando messaggi, altre volte limitandosi a fare una ricognizione. Ovviamente gli slan stavano ammassando truppe, preparandosi a sferrare un attacco concertato. Non c'era da stupirsi se l'umanità era terrorizzata.

  In qualche modo, però, la vicinanza di Davis la faceva sentire al sicuro, qualsiasi cosa dicessero i notiziari. Suo marito aveva occhi castani mentre lei li aveva azzurri; capelli scuri ricci mentre lei li aveva lisci, color biondo tiziano. Ma Anthea e Davis Stewart non erano opposti. Erano stati anime gemelle fin dal loro primo incontro. Certi romantici lo chiamavano "colpo di fulmine"; altri parlavano di attrazione istintiva e personalità affini. Dal momento in cui aveva incontrato Davis, sembrava che i battiti stessi dei lo-ro cuori si fossero sincronizzati. Avevano capito di essere fatti l'uno per l'altra. Adesso col bambino in arrivo, il loro amore, la loro famiglia, sarebbero stati più forti che mai.

  Un affetto inesprimibile filtrava attraverso la preoccupazione sul volto di Davis, come pioggia fresca che lavasse una macchia. «Non manca molto, ormai, Anth. Tieni duro.»

  Dopo avere superato un'altra contrazione, Anthea gli rivolse uno strano sorriso. «No, Davis... no, non manca molto. Ma non credo di potermi concentrare ancora sulla politica... d'accordo?»

  Davis sfrecciò verso l'alto edificio di mattoni del policlinico di Centropolis, svoltando nella corsia di accesso contrassegnata del pronto soccorso.

  Non avrebbe permesso neppure a una guerra su scala planetaria di intral-ciare l'assistenza medica di cui sua moglie aveva bisogno. Accostò al marciapiede davanti alla porta doppia, poi mise in folle e aprì la portiera, tutto in un unico gesto. «Tu aspetta qui. Vado a chiamare qualcuno.»

  Anthea era tentata di entrare con le proprie gambe nel pronto soccorso, ma una nuova contrazione l'assalì, più forte delle precedenti. «D'accordo»

  ansimò. «Aspetterò qui.»

  Mentre si precipitava nell'ospedale coi capelli arruffati e agitando goffo le braccia, Davis aveva un'aria assolutamente adorabile. Anthea sapeva che non avrebbe mai dimenticato quella scena.

  Chiuse gli occhi e contò, cercando di misurare la durata delle contrazioni, sebbene fosse solo un trucco per occupare la mente. Era sempre stata capace di mettere da parte il dolore, di concentrarsi sul proprio corpo. Tutte le madri si sentivano così collegate ai loro bambini? Il bambino voleva uscire... voleva nascere. Anthea provò un senso inspiegabile di sicurezza, era sicura che il parto sarebbe stato facile. Non aveva nulla di cui preoccuparsi.

  Davis tornò dopo nemmeno un minuto, spingendo una sedia a rotelle.

  Un inserviente allampanato trotterellava al suo fianco, rimproverandolo e cercando di strappargli di mano la carrozzella, ma Davis voleva occupar-sene personalmente. I due uomini si affrettarono ad aiutare Anthea a scendere dall'automobile e la portarono nella sala d'aspetto del pronto soccorso.

  L'inserviente chiamò a gran voce un'infermiera, che a sua volta chiamò a gran voce un dottore, e poi tutti quanti si precipitarono verso la sala parto.

  Anthea sollevò lo sguardo quel tanto che bastava per vedere parecchi po-liziotti che si aggiravano nel pronto soccorso. Un uomo dall'aria truce in abito scuro portava una fascia al braccio con l'insegna della polizia segreta, un martello scarlatto su una ragnatela. Un cacciatore di slan lì all'ospedale?

  I suoi pensieri erano confusi, ma Anthea si rese conto che se gli slan avessero attaccato Centropolis molti feriti sarebbero affluiti in quella struttura medica. I terroristi slan probabilmente consideravano l'ospedale un posto ottimo da sabotare. E se uno di loro avesse preso il suo bambino? Anthea aveva sentito parlare delle cose terribili che gli slan facevano ai bambini...

  L'uomo con la fascia al braccio stava sgridando una donna grassoccia dietro il banco dell'accettazione. «Devo insistere, signora. La polizia segreta è legalmente autorizzata a esaminare tutti i vostri documenti di ricovero.

  Voglio le vostre copie carbone.»

  Mentre pigiava svogliatamente i tasti della macchina da scrivere, la donna fece scoppiare il palloncino rosa di gomma da masticare, producendo un suono simile a quello di una pistola giocattolo. «Signore, non pensa che se trovassimo uno slan nei nostri reparti lo denunceremmo?»

  «Devo controllare le analisi del sangue e le radiografie. I loro organi interni sono diversi dai nostri. Il presidente Gray era uno slan travestito...

  non possiamo fidarci di nessuno. Abbiamo la prova che potrebbe esistere una nuova razza di slan priva di antenne.»

  L'impiegata dell'accettazione continuò a battere a macchina mentre parlava. «Tolte chirurgicamente per permettere agli slan di infiltrarsi meglio nella nostra società? Le assicuro che noteremmo cicatrici del genere.»

  L'uomo della polizia segreta si accigliò. «Non sta a lei decidere, signora.

  Può darsi che queste nuove mutazioni nascano addirittura senza le antenne.

  Anzi, alcuni di questi mutanti potrebbero perfino non sapere di essere slan.»

  L'impiegata ridacchiò nervosa. «Oh, via! Com'è possibile che non lo sappiano?»

  L'espressione truce, l'uomo si limitò a tendere la mano. L'impiegata grassoccia fece un sospiro da vittima calpestata e ruotò sulla sedia girevole. Aprì uno schedario di metallo grigio ed estrasse le copie carbone arric-ciate di tutti i documenti di ricovero recenti. La sua espressione indicava in modo chiarissimo che secondo lei l'agente della polizia segreta le stava facendo perdere tempo prezioso.

  L'inserviente allampanato tornò di corsa nella sala d'aspetto. «La sala parto 4 è pronta.» In fretta e furia lui e Davis spinsero la carrozzella di Anthea lungo il corridoio. Un'infermiera aprì la porta a vento, poi però allungò una mano severa. «Signor Stewart, mi spiace ma dovrà attendere qua fuori.»

  «Voglio stare con mia moglie.» Davis tese il collo per guardarla.

  «Mi dispiace signore. Gli uomini non possono entrare in sala parto. Va-da ad aspettare con gli altri papà nervosi. Scambiatevi i sigari.»

  Anthea vide l'espressione profondamente delusa del marito. «
Non preoccuparti, Davis. Starò bene. Sarò sempre qui.»

  Lui le strinse forte la mano. «Ti amo.»

  «Puoi dimostrarlo cambiando più della tua parte di pannolini» scherzò Anthea. Poi le contrazioni l'assalirono di nuovo, e lei capì che il bambino stava ormai per nascere.

  Il resto accadde in una sequenza confusa. Anthea era sul lettino, i piedi in alto, posati sulle staffe. Il dottore, un uomo anziano con occhi da gufo dietro lenti tonde, borbottò rassicurante, ma le parole sembravano imparate a memoria da un copione, lodi e incoraggiamenti che lui usava molte volte alla settimana.

  Le infermiere parevano inquiete. Anche il dottore era teso, senza dubbio a causa delle notizie trasmesse dalla radio. Una infermiera disse sottovoce come se si aspettasse che Anthea non sentisse: «Non so in che razza di mondo nascerà questo povero bambino. Se gli slan conquisteranno il mondo e ci ridurranno tutti in schiavitù...»

  «Basta discorsi del genere infermiera! Dobbiamo pensare a svolgere il nostro lavoro. Non ci sono slan, qui, solo questa donna e il suo bambino, e sono deciso ad assicurarmi che il bambino nasca sano... abbastanza sano da combattere per il genere umano, se si arriverà a tanto.» Il dottore batté sulla spalla di Anthea. «Stia tranquilla, signora. Pensi soltanto a spingere.

  Le dirò io cosa fare man mano.»

  Anthea chiuse gli occhi. Lei e Davis erano entrambi sani e forti. Non ricordava l'ultima volta che uno dei due fosse stato anche solo indisposto. Sì, il bambino sarebbe stato in perfetta salute.

  «Adesso, spinga ancora» disse il dottore.

  L'infermiera si piegò verso la partoriente, incoraggiandola. «Spingi, ca-ra... più forte che puoi.»

  Anthea fece come le dicevano. Era quello che il suo corpo voleva fare.

  Il dottore si chinò su di lei. «Perfetto. Piano, adesso... vedo la sommità della testa... ci siamo quasi...»

  Anthea provava l'impulso di spingere più forte, di non rallentare. L'accesso di dolore più intenso non aveva importanza. Avrebbe voluto che Davis potesse essere lì a tenerle la mano, ma si rassicurò sapendo che era appena fuori dalla porta della sala parto. Spinse e spinse ancora, e poi si rese conto che il bambino stava arrivando. Le lacrime le sgorgarono dagli occhi chiusi. Con un'ondata di sollievo, sentì che la creatura usciva... suo figlio, una nuova vita, un bambino che veniva al mondo.

 

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